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Cesare

Secondo Svetonio, Cesare: «Fu, come si tramanda, d’alta statura, di candida carnagione, di ben fornite membra, di volto alquanto pieno, d’occhi neri e vivaci, di florida sanità: se non che negli ultimi tempi soleva patire subitanei svenimenti ed anche spaventi durante il sonno. Fu colpito due volte anche dal mal caduco mentre attendeva agli affari. Nella cura del corpo era fin troppo meticoloso, sì che non solo si faceva tagliare i capelli e radere con diligenza ma anche si depilava come gli fu da alcuni rimproverato: non si dava poi pace della sua calvizie, perché questa era stata sovente soggetta alla derisione dei suoi avversari. E perciò si era abituato a richiamar giù dal capo gli scarsi capelli, e fra tutti gli onori che gli furon conferiti dal Senato e dal popolo nessuno usurpò volentieri quanto il diritto di portare costantemente una corona d’alloro». (Svetonio, Cesare, 45)

Infatti negli unici suoi ritratti ufficiali, coevi e certi che oggi si con servano, ovvero quelli sulle monete, coniate solo dal gennaio del 44 a.C., quindi a breve distanza dal momento della morte, quando aveva già 56 anni, il capo con i corti capelli rivolti in avanti è co stantemente coperto dalla corona d’alloro e si notano i segni dell’età con la “pelle candida e floscia” descritta di Plutarco (Plutarco, Cesare, 17). Dopo la sua morte invece, quando l’immagine viene divinizzata (l’immagine che compare nelle monete del nipote Ottaviano, poi Augusto, e di Traiano), i tratti si distendono ringiovanendo e così appare anche nella statua del Palazzo Senatorio del Campidoglio, che ospita ancora oggi il governo di Roma, di età traianea, la cui copia giunse a Rimini.

Era la sera fra l’ il e il 12 gennaio 49 a.C. «Erano al fianco di Cesare non più di trecento cavalieri e cinquemila fanti: il resto dell’esercito, infatti, lasciato al di là delle Alpi, sarebbe stato condotto dagli ufficiali inviati lì a questo scopo. Cesare si rendeva conto che, al momento, l’impresa cui si accingeva non richiedeva l’impiego di molti uomini, né per il suo esordio né per il suo sviluppo; era piuttosto necessario intraprenderla con straordinaria audacia, cogliendo in fretta l’opportunità propizia», dopo aver trascorso la giornata a Ravenna fra i soldati, «salì allora su un carro preso a nolo e si diresse in un primo momento in un’altra direzione, poi invertì la marcia verso Rimini; quando giunse al Rubicone, il fiume che di vide la Gallia Cisalpina dal resto dell’Italia, cominciò a riflettere, poiché si trovava ormai più vicino al gesto supremo ed era turbato per l’enormità della sua audacia. Moderò l’andatura sino a fermarsi e, silenziosamente, soppesò a lungo fra sé e sé la questione. [...] Alla fine, con un impeto di coraggio, come se abbandonasse la riflessione per lanciarsi verso il futuro, pronunciò questa frase che è comune a quanti si accingono a imprese incerte e audaci: “Si getti il dado” disse» (Plutarco, Cesare, 32)

(Cristina Ravara Montebelli - da "Guida alla mostra documentaria Alea Iacta Est. GIulio Cesare a Savignano sul Rubicone")

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